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TERRA TICINESE, dicembre 2023
Rubrica Persone, luoghi, benessere

Di Anna Ostini  – Quando vuole ritagliarsi un momento, non è difficile trovarla alle cascate di Santa Petronilla a Biasca, dove è nata e cresciuta. “Questo luogo rappresenta le mie radici – spiega Valentina Mercadante – ma allo stesso tempo qui trovo quell’immersione nella natura, quella vicinanza all’elemento acqua, che ho fatto mie in Nuova Zelanda”. La 31enne è partita ispirata dai ricordi di un film visto da bambina, non poteva immaginare che quel viaggio le avrebbe cambiato la vita.

Valentina, che esperienza è stata?
Sono partita a 25 anni per migliorare il mio inglese a scopi universitari. Dovevo rimanerci solo sei mesi, sono tornata dopo quattro anni. In principio non è stato facile entrare in contatto con i locali. Se non sei integrato è difficile anche trovare lavoro. C’è diffidenza, soprattutto da parte del popolo māori, che cerca di stare isolato. Memori del colonialismo, per loro è ancora vivo lo storico attrito.

E poi cosa è cambiato?
Grazie al volontariato ho conosciuto persone che per me con il tempo sono diventate fondamentali. Mi hanno permesso di conoscere la cultura indigena. In un particolare momento di ricerca personale, ho scoperto le tecniche di guarigione māori, che hanno cambiato completamente la mia visione. Ho capito cosa avrei voluto fare nella vita: dedicarmi al benessere del prossimo.

Che cosa ti ha colpito di più in Nuova Zelanda?
Le persone e il loro approccio alla vita. Nonostante svolgono tutte quelle attività comuni alla maggior parte del mondo, sono tutti più liberi e rilassati. Al primo posto non viene messo il lavoro, ma i propri interessi e la salute mentale. Sopra

ttutto per i māori, inoltre, è molto importante il rapporto diretto con la natura, è parte stessa della loro cultura.

Segue dopo la foto (scattata alle cascate di Santa Petronilla a Biasca).

Come è stato il rientro in Ticino?
Faccio ancora tanta fatica, qui le priorità sono altre. Oggi propongo una tecnica manuale māori, sono l’unica nel nostro cantone, ma trovo diffidenza verso pratiche alternative. Non si ricorda che la medicina di oggi si basa su questi metodi più antichi, naturali. Io penso che non si debbano escludere a vicenda, ma integrare.

Che cosa prevede questa pratica?
Con la tecnica manuale Romiromi la persona rimane vestita. Io, aiutata dal mio peso, applico delle pressioni sul corpo in modo lento e armonioso. Si sbloccano così le tensioni, anche quelle relative a quei traumi emotivi o fisici del passato che non sono stati elaborati. L’effetto finale è di grande leggerezza. La reazione però è soggettiva, capita che ci sia anche un rilascio emotivo forte, come una risata o un pianto.

Sono tecniche che vanno oltre il solo aspetto materiale.
Fanno parte di quella cultura māori che viene tramandata da secoli. Rongoā unisce diverse tecniche che aiutano la sfera fisica come quella emotiva, che sono viste come un insieme, in una visione olistica. La stessa cosa vale per i cerchi di comunicazione Wānanga. Mi sono aperta anche a una nuova considerazione del momento della nascita e della morte, diventando doula. Ora faccio parte dell’associazione Cerchio delle doule della Svizzera italiana.

Ma quindi ami ancora il Ticino?
Certo. Oggi lo apprezzo ancora di più di quando sono partita, soprattutto la sua natura, che ora vedo con nuovi occhi. Siamo davvero fortunati. Ho avuto l’onore di ricevere un tatuaggio māori sulla mano per ricordarmi il perché ho intrapreso questa strada, ma mi sento nomade. Chissà dove sarò tra qualche anno!?